Kobe Bryant #24

Castel Maggiore

Ciao a tutti, mi presento ed il mio nome è John Celestand. Non so quanti di voi mi conoscano o si ricordino di me. Dovreste, però. Ho vinto un campionato NBA con i Los Angeles Lakers nel 2000. Avrei vinto anche una coppa di Germania, ma facciamo finta di nulla, tanto non devo parlare di me. Devo parlare di quel mostro fottuto e sapete tutti di chi sto parlando: il #8, il #24, Kobe Bean Bryant.
L’ho conosciuto che era autunno ed era il ’96. Ero a Villanova, stavo nella mia stanza con Howard Brown, all’epoca dividevamo la stanza. Eravamo all’High-School e non vedevamo l’ora di andare al College. Che figata, il College. Non vedevamo l’ora di giocare al livello più alto.
Una sera, entra questo ragazzino. Magrolino. Parliamo un po’, io e Howard gli spieghiamo i nostri progetti, le nostre ambizioni: la Division 1, il College. Poi, il sogno: l’NBA.
Lui ci ascolta, non fa una grinza. Ci dice: “Yò, io andrò direttamente in NBA.” Poi, così come era entrato, esce dalla stanza. Una follia ed io ed Howard giù a ridere. Un folle. Ma a quel punto ci aveva incuriosito: guardiamo il McDonald’s All-American e lui… non brilla, ecco. Ridiamo sempre più forte. In NBA. Ahahahaha! Credeva di essere Superman, ma per davvero. Aveva una fiducia in sé stesso smisurata. Un ego smisurato. E anche se non era ancora il giocatore che sarebbe diventato, sapeva esattamente chi voleva essere.
L’ho visto essere draftato. Scambiato per i Lakers. Tre anni più tardi, sono arrivato anche io. Era il ’99, draftato con la #30.
La prima volta che sono entrato ad El Segundo, al campo di allenamento dei Lakers, mi sentivo pronto. E, come sempre al College, ci tenevo ad arrivare per primo. Volevo mostrare a tutti che mi sarei fatto il culo come e più di tutti loro.
Mentre mi avvicino, sento la palla sbattere sul parquet. Cazzo, qualcuno è arrivato prima. Apro la porta. C’è quel dannatissimo ragazzino di cui ridevo con Howard. È sudatissimo. Starà tirando da almeno 2 ore, per essere così sudato.
Ogni giorno ci provo. Vado all’allenamento un poco prima. Mi accoglie sempre la palla che sbatte sul parquet e il numero 8 è lì, già sudato. Fucking Kobe.
Poi, un giorno, Kobe si spacca una mano in una gara di preseason contro i Wizards. Mi vergogno, ma ero quasi contento: sarei stato finalmente il primo ad arrivare all’allenamento e l’ultimo ad andarmene. Ah, già. Io rimanevo, ogni giorno, dopo ogni allenamento. Kobe, semplicemente, rimaneva di più.
Dicevo: Kobe si era spaccato una mano, e io con tutta l’eccitazione del mondo mi alzo all’alba e vado a tirare. Vado ad allenarmi. Apro la porta, mi separa solo un lungo corridoio dai campi di allenamento. Nell’istante in cui apro la porta, sento la palla che sbatte sul parquet. Non è possibile. Mi dico che è la mia testa che mi stà facendo uno scherzo. Mi dico che non puo’ essere vero. Entro nel campo, pronto a tirare un sospiro di sollievo, e lo vedo: è in pigiama. Ha la mano destra, quella con cui tira, ingessata. Sta tirando con la sinistra. Ma come cazzo è possibile che questo qui tira con la sinistra? Ma come cazzo è possibile che 6 ore fa si è rotto la mano con cui tira e adesso è lì a fare esercizi di tiro? Poi comincia una routine assurda, corre a tutta velocità da una parte all’altra del campo, palleggiando solo con la sinistra. Tira, solo di sinistro. E fa canestro. Non è perfetto, ovviamente, ma migliora a vista d’occhio. Ha una rapidità di apprendimento mostruosa. Imbarazzante.
Passano 10 giorni. Kobe più volte viene cacciato dall’allenamento, ha bisogno di riposo e lui continua a martellare. Quando lo cacciano, se ne va incazzato. E dopo mezz’ora torna. I Coach scuotono la testa.
Passano altri 5 giorni. Siamo di nuovo io e lui in palestra. Mi guarda. Niente di buono da quello sguardo. Mi fa: vuoi giocare ad H.O.R.S.E.? Rido. Lui no. Non ride. È serissimo.
Pensa davvero di potermi battere. Ne è convinto. Vuole battermi tirando con la sinistra. Giochiamo. Quasi la perdo, ma non posso perdere. Ho 4 lettere, ma alla fine la spunto. Una fatica enorme, e me la sono vista bruttissima. Lui è incazzato come una iena, vuole rigiocare. Gli sorrido, “magari dopo”.
Alla prima partita di rientro dall’infortunio, Kobe penetra palleggiando con la sinistra, palleggio arresto e tiro. Airball. Quel bastardo aveva tirato di sinistro. In NBA, tirava con la mano debole. Anni più tardi, l’ho visto segnare contro i C’s di sinistro.
Un pazzo bastardo.
Un uomo che credeva davvero di essere Superman.
Poco dopo l’infortunio, le medie di Kobe erano di 36.5 punti per gara. TRENTASEI PUNTO CINQUE.
Chiamo il mio vecchio compagno di stanza, Howard Brown.
Parliamo di tante cose. Lui stà giocando in Spagna a livello professionistico. Parliamo di tante cose. Della vita. Dei nostri amori, delle nostre passioni, delle nostre compagne. Parliamo di basket. Parliamo di quel ragazzino che era entrato nella nostra stanza dicendo: “Yò, io andrò direttamente in NBA”. Stavolta non ridiamo. E cazzo, non ridiamo per niente. Fottutissimo Kobe.